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LA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA IN VENETO

on . Postato in Sicurezza

altRelazione di Alessandro Naccarato per il seminario del Forum Sicurezza regionale del PD del 24 maggio 2012


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La DIA ribadisce che la minaccia mafiosa è basata: sulla «pervasività dei sodalizi presenti nelle regioni storicamente connotate da un elevato rischio mafioso», sulla «capacità di accumulazione patrimoniale, frutto non solo della tradizionale pressione estorsiva e usuraria ma anche del reimpiego dei capitali illecitiin attività imprenditoriali e finanziarie nel mercato legale», e sulla «crescita qualitativa delle proiezioni extraregionali delle mafie e delle loro infiltrazioni nei territori più ricchi e imprenditorialmente più dinamici del Paese». Anche se in Veneto non si registrano le caratteristiche “tradizionali” dell’associazionismo di stampo mafioso, le indagini confermano la presenza radicata e l’estrema vitalità delle principali organizzazioni criminali già attive nel territorio nazionale.

In Veneto, in particolare, camorra, n’drangheta e mafia tendono a evitare condotte tali da provocare allarmi sociali o senso di insicurezza. L’interesse principale dei vertici di queste organizzazioni è la collocazione di referenti in grado di svolgere una molteplicità di ruoli e funzioni: dalla costruzione della rete di accoglienza per latitanti e pregiudicati, al supporto diretto e indiretto nello smercio di sostanze stupefacenti. Una volta consolidato tale ambito, i sodalizi mafiosi provvedono ad avviare (con il supporto finanziario dei clan di origine) attività commerciali di varia natura, spesso grazie all’appoggio di imprenditori e professionisti locali (commercialisti, consulenti fiscali, notai) che collaborano alla costruzione di assetti societari atti a “ripulire” i capitali illeciti. A riguardo risulta sintomatica l’indagine “Adria Docks”, coordinata dalla Procura della Repubblica di Palermo che nel 2008 ha portato all’arresto di Marcello Trapani, avvocato del clan “Lo Piccolo”, accusato di essere il tramite nel tentativo di riciclaggio dei proventi illeciti attraverso un investimento immobiliare del valore di 8 milioni di euro nell’Isola dei Saloni a Chioggia-Sottomarina (Venezia) e ad AbanoTerme (Padova). Tra gli indagati, risultano anche Claudio Toffanello, titolare dell’impresa edile “Idea 3” di Piove di Sacco (Padova), e Salvatore Cataldo, maresciallodellaGuardia di finanza.

Un elemento-spia del riciclaggio è rappresentato dal significativo incremento delle operazioni finanziarie sospette registrate dall’Unità di informazione finanziaria (UIF) della Banca d’Italia.

In Veneto, la presenza mafiosa viene rilevata anche attraverso le indagini sulle truffe nel settore degli alimentari, della compravendita di automezzi di importazione o di prodotti legati al settore della telefonia o dell’informatica. A tal riguardo, gli inquirenti sottolineano la pericolosità di iniziative imprenditoriali che pregiudicano il sistema di libera concorrenza producendo il dissesto finanziario dei fornitori.

Da questo punto di vista risulta sintomatico il metodo utilizzato da molte aziende di questi settori, che omettendo il pagamento dell’Iva (attraverso la creazione di società “cartiere”) alimentano un mercato alterato dall’offerta illecita di prezzi nettamente inferiori.

Le indagini condotte nel 2011 hanno inoltre evidenziato che la criminalità organizzata continua ad avvalersi di una significativa base patrimoniale (solitamente affidata a prestanome), costituita attraverso l'acquisizione di beni immobiliari e terreni, e con il controllo di imprese, società e investimenti finanziari. Mentre le imprese “sane” subiscono la stretta del credito causata dalla crisi economica, le aziende colluse possono usufruire dei capitali illeciti accumulati dalle organizzazioni mafiose. I rapporti della DIA confermano anche il crescente interessamento delle organizzazioni criminali per il settore dell’energia alternativa: dal fotovoltaico agli impianti eolici. In questo ambito si rileva come il comparto sia penetrabile dalle mafie a causa della fragilità delle procedure di approvazione dei progetti da parte di Comuni, Province e Regioni.

Nell’ultimo biennio l’attenzione investigativa si è particolarmente concentrata sullo smaltimento illecito di rifiuti specialiin altre regioni o Stati, organizzato da affiliati a clan mafiosi, e sullo smaltimento irregolare di scarti indifferenziati, spesso nocivi, che permette di risparmiare i costi del processo dell’inertizzazione prevista dalla legge.

 

Tra i settori a maggior rischio di infiltrazione della criminalità organizzata in Veneto risultano quelli caratterizzati da manodopera poco qualificata e a basso costo: logistica, facchinaggio, raccolta dei rifiuti ed edilizia. In questi ambiti diverse indagini hanno evidenziato la diffusa presenza di reati spesso collegati alle organizzazioni criminali: evasione fiscale e sfruttamento di manodopera straniera irregolare.

 

La Relazione DIA del I semestre 2011, per la prima volta, analizza i dati relativi ai reati di corruzione e concussione, considerandoli indicatori della presenza della criminalità organizzata. In Veneto il numero di persone denunciate per corruzione passa da 3 (dato II semestre 2010) a 69 (I semestre 2011); nello stesso periodo le persone denunciate per concussione passano da 4 a 23. A livello nazionale il Veneto annovera un numero di denunce per corruzione minore solo a Campania (117), Sicilia (111) e Lombardia (88); mentre per concussione risultano denunciate più persone solo in Campania (54), Sicilia (38), Puglia (28) e Lazio (24).

 

Le indagini della magistratura confermano, infine, che «l'agire mafioso trova nel tessuto politico amministrativo corrotto facili spazi di penetrazione e possibilità di rapida attuazione dei propri disegni imprenditoriali».





 

Tabelle riassuntive dei principali reati rilevati in Veneto e variazione di incidenza nel periodo 2010-2011


 
Estorsione




 

Fatti di reato


 

II semestre 2010

 

I semestre 2011


 
111


 
92


 

Persone denunciate



 
161


 
169


 
Usura




 

Fatti di reato


 

II semestre 2010

 

I semestre 2011


 
8



 
3


 
Riciclaggio



 

Segnalazioni pervenute


 

II semestre 2010

 

I semestre 2011


 
698

 

dato
nazionale:

 
14.201


 
861

dato

nazionale:

 
15.725



 

Segnalazioni trattenute





 
5

 

dato nazionale: 141


 
5

 

dato nazionale: 279




 

Cronologia delle principali inchieste contro la criminalità organizzata nel periodo 2009-2012


 

Maggio 2009: diverse operazioni della Guardia di finanza di Verona portano al sequestro di ingenti quantitativi di stupefacenti e all’individuazione del «regista» dello spaccio in un soggetto con precedenti penali per associazione di stampo mafioso, rapina, estorsione e traffico d’armi.


 

Giugno 2009: con l’accusa di associazione a delinquere viene arrestato Loris Levio, titolare della ditta “Levio Loris”, con sede a Grantorto (Padova), ritenuto, insieme ad altre 11 persone, responsabile dell’esportazione illegale in Cina di circa 230 mila tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi e la fabbricazione di documenti fasulli. Secondo gli inquirenti il guadagno stimato dell’impresa “Levio Loris” si aggira sui 6 milioni di euro.


Luglio 2009: operazione “Chihuahua” coordinata dalla Procura della Repubblica di Vicenza, nell’ambito della quale vengono eseguite 13 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettanti soggetti di nazionalità marocchina dediti al traffico di stupefacenti.


 

Ottobre 2009: a Bassano del Grappa (Vicenza) la Guardia di finanza sequestra 6 kg di cocaina. Nello stesso mese i carabinieri di Castelfranco Veneto (Treviso) arrestano alcuni cittadini albanesi e kosovari con l’accusa di aver occultato nella propria autovettura 3,5 kg di cocaina detenuta ai fini di spaccio.


 

Ottobre 2009: a San Giovanni Lupatoto (Verona) vengono poste sotto sequestro le quote e il patrimonio aziendale della società RU.GI. Srl, intestata a Roberto Russelli, pregiudicato affiliato alla cosca “Papaniciari” di Crotone.


 

Novembre 2009: nel corso di un’operazione coordinata dalla Procura della Repubblica di Padova vengono arrestate 52 persone con l’accusa di far parte di un’organizzazione criminale gestita da famiglie mafiose albanesi con basi operative in Veneto e all’estero.


 

Gennaio 2010:operazione “Tram 2” coordinata dalla DDA di Trieste a carico di un’organizzazione criminale composta prevalentemente da presone di nazionalità albanese e serba (Kosovo), dedita al traffico internazionale di cocaina con canali di approvvigionamento dello stupefacente a Monaco di Baviera (Germania), Graz (Austria), Padova, Brescia e Reggio Emilia.


 

Gennaio 2010: indagine “Koleos” avviata dalla DDA di Venezia a seguito di una tentata estorsione a mano armata avvenuta a Caorle (Venezia) nei confronti di un commerciante a cui venivano chiesti 50 mila euro a stagione per poter esercitare il commercio ambulante. Vengono arrestate 5 persone residenti a Napoli con l’accusa di estorsione aggravata dall’uso di armi e metodi di stampo mafioso, Secondo gli inquirenti analoghe condotte criminali sono state utilizzate nei confronti di altre vittime. In particolare, dall’indagine emerge la complicità di alcuni residenti della zona nei confronti di soggetti di origine campana che tentavano di radicarsi nel tessuto sociale locale con modalità delinquenziali tipiche della criminalità organizzata.


 

Febbraio 2010: operazione “Truck 2009” coordinata dalla Procura della Repubblica di Verona, consente di disarticolare un sodalizio criminale composto da 4 persone di nazionalità albanese e 2 soggetti originari del Nordafrica dedita all’importazione di ingenti quantitativi di stupefacente (in particolare eroina, occultata nel telaio opportunamente modificato di Tir). Nell’occasione vengono sequestrati 12,5 kg di eroina.


 

Marzo 2010: operazione “Lenez”, coordinata dalla Procura della Repubblica di Padova con il coinvolgimento di diversi uffici di polizia, permette di far cessare una cospicua attività di importazione dall’Albania di eroina da parte di soggetti di nazionalità albanese che, in concorso con spacciatori di origine magrebina, provvedevano alla distribuzione di droga nel Triveneto.


 

Aprile 2010:operazione “Countdown” condotta dalla Procura della Repubblica di Venezia, consente di disarticolare un traffico di stupefacenti (in particolare cocaina e hashish) posta in essere da soggetti magrebini, albanesi, italiani nell’area veneziana.


Giugno 2010: nell’ambito dell’operazione “Newport” (avviata dopo l’accertamento della sospetta presenza di due persone originarie di Gela residenti a Chioggia-Sottomarina) vengono eseguiti 12 arresti nei confronti di 8 cittadini italiani, 3 colombiani e un lituano. Secondo la DIA «I promotori del sodalizio, risultati vicini al clan Madonia di Gela, grazie ad un gruppo di colombiani residenti in Veneto che fungevano da intermediari, erano riusciti ad importare dal Sudamerica ingenti quantità di cocaina spacciate nelle province di Padova, Venezia e Treviso». L’attività investigativa degli inquirenti ha permesso di delineare l’esistenza di solidi legami tra gelesi residenti a Chioggia e pregiudicati per associazione di tipo mafioso residenti in Sicilia e Lombardia.


 

Agosto 2010: nell’ambito dell’operazione“Persicus” condotta dai carabinieri di Padova vengono eseguiti diversi arresti e sequestrate significative quantità di stupefacente insieme ad armi da guerra. Nella relazione DIA si segnala il coinvolgimento di un soggetto di origine siciliana con precedenti mafiosi specifici.


 

Settembre 2010: nell’ambito dell’operazione“Pinocchio” avviata dalle Procure della Repubblica di Venezia, Treviso, Trento e Rovereto, vengono arrestate 15 persone con l’accusa di far parte di un’associazione a delinquere finalizzata al compimento di rapine a mano armata ad istituti finanziari e di credito. Nell’ambito delle indagini vengono individuate le attività di soggetti di origine siciliana dediti al riciclaggio delle somme rapinate e all’usura.


 

Novembre 2010: a Verona vengono eseguite le misure di custodia cautelare per 16 persone di nazionalità albanese e marocchina, ritenute responsabili del traffico di eroina dall’Albania all’Italia. I primi si occupavano del trasferimento di droga dall’Albania, i secondi erano dediti allo smercio sul mercato locale.


 

Novembre 2010: la DIA segnala l’arresto da parte dei carabinieri di Venezia di un soggetto di origine siciliana e della figlia che praticavano il reato di usura. Le indagini hanno evidenziato come il predetto, già tratto in arresto ad aprile per lo stesso reato, abbia continuato a praticare l’usura sebbene sottoposto a regime di detenzione domiciliare.


 

Novembre 2010: a Galliera Veneta (Padova) viene arrestata Caterina Lo Nardo, figlia di Rosario,ritenuto a capo del clan “Fidanzati”, nell’ambito dell’indagine che porta alla disarticolazione di un’organizzazione criminale collegata ad alcune cosche mafiose palermitane. Il gruppo criminale riciclava nell’usura i proventi delle rapine effettuate anche in Veneto


 

Gennaio 2011: a Veronail Raggruppamento operativo speciale (ROS) dei carabinieri di Padova disarticola un’organizzazione criminale diretta da vibonesi appartenenti alla cosca “Anello” di Filadelfia (Vibo Valentia) arrestando 15 persone tra cui alcune di nazionalità albanese.


Gennaio 2011: a Verona la Questura esegue il provvedimento di fermo nei confronti di Giuliano Napoli, calabrese, residente in provincia di Vicenza e domiciliato a Verona, appartenente al sodalizio mafioso “Vrenna, Ciampà, Bonaventura” coinvolto nel traffico di sostanze stupefacenti


 

Febbraio 2011: la Questura di Padova in collaborazione con la DIA di Reggio Calabria - nell’ambito dell’operazione “Scacco matto” - esegue l’ordine di custodia cautelare nei confronti di Cesare Longordo, 44 anni, residente in via Tommaseo a Torreglia (Padova) accusato, in concorso con altre 30 persone, di associazione a delinquere di stampo mafioso. Secondo gli inquirenti Longordo risulta tra gli affiliati del clan n’dranghetistico riconducibile alla famiglia Longo di Polistena (Reggio Calabria) che in provincia di Padova «si era dedicata ad attività edilizia». In particolare, tra le attività criminose attuate da Longordo e dagli altri arrestati risultano una serie di danneggiamenti, furti, estorsioni, oltre alla detenzione e porto abusivo di armi anche da guerra, esplosivi e all’acquisizione in modo diretto di appalti pubblici, attività economiche e concessioni di autorizzazione a servizi pubblici e intestazione fittizia di beni. Nell’ambito dell’operazione sono stati sequestrati beni per un ammontare di circa 30 milioni di euro, insieme a diverse proprietà patrimoniali nei comuni di Fondi di Latina, Polistena e Roma.


 

Marzo 2011: nell’ambito dell’operazione“Manleva” i carabinieri del comando provinciale di Padova arrestano 14 persone con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta, falso in atto pubblico e truffa per aver raggirato molte aziende in crisi. Tra gli arrestati figura Giuseppe Catapano di Napoli, fondatore della holding «Gruppo Catapano» attiva in molti settori finanziari e presidente dell'associazione Osservatorio parlamentare europeo (Ope) con sede fittizia a Roma. Dietro alla holding, secondo la DIA di Napoli, c'era il clan camorristico della famiglia Gionta di Torre Annunziata (Napoli). Le persone arrestate, tutte facenti capo al gruppo Catapano, truffavano le aziende con il meccanismo della manleva: in cambio del pagamento in contanti del 15% dei debiti, l’organizzazione criminale prometteva di sanare i passivi attraverso la costituzione di società all'estero a cui intestare i beni in modo da eludere il fisco e mantenere indenni le aziende dalle richieste di rimborso. Dopo aver incassato la quota concordata le aziende venivano lasciate deliberatamente fallire. In provincia di Padova si sono rivolte all’organizzazione criminalei titolari di numerose imprese(«Ares» di Este, «Confezioni Maglieria Rosanna» di Rubano, «Paolo De Nicola Spa» di Cittadella, «Emmepi Costruzioni Generali» di Maserà, «Zeta Tre Srl» di San Giorgio in Bosco). Si stima che, nel solo Padovano, il giro d'affari dell'organizzazione fosse di 50 milioni di euro. Tra le persone coinvolte nella vicenda figura anche Tiberio Businaro, sindaco di Carceri (Padova), eletto nelle liste della Lega Nord,giàconsigliere di amministrazione di «Finest» (società finanziaria delle Regioni Friuli Venezia-Giulia e Veneto) che ha svolto incarichi di coordinamento per il Gruppo Catapano in Veneto. La posizione di Businaro è stata archiviata nel corso delle indagini preliminari.Dalle attività di indagine è emerso che le imprese italiane erano collegate a società di diritto anglosassone: Victoria Bank Ltd e Telegraph Road Ltd, entrambe con sede in un Box office di un ufficio postale del Surrey (Regno Unito) risultate essere di fatto società di domiciliazione inattive, prive di struttura organizzativa e non autorizzate a svolgere attività finanziaria; e a due associazioni dichiarate al fisco come Onlus senza averne titolo giuridico (Iec e Ope) con sedi a Napoli, Roma e Bruxelles. Quest'ultima veniva utilizzata da Catapano per accreditarsi a imprenditori e rappresentanti istituzionali. Complessivamente, a termine delle attività investigative sono stati accertati 18 episodi di bancarotta fraudolenta e 13 di sottrazione del pagamento delle imposte, avvenuti nel periodo luglio 2009-luglio 2011,per un totale di 146 persone a vario titolo coinvolte. Sono state ricostruite anche distrazioni patrimoniali per un ammontare di 9,5 milioni di euro, sottrazioni del pagamento delle imposte al fisco per5,5 milioni, nonché i proventi conseguiti dall'organizzazione a fronte di un'operazione per un importo di oltre 24 milioni di euro. Tali compensi, giustificati formalmente come prestiti partecipativi o corrispettivi per consulenze ed intermediazioni finanziarie, venivano poi dirottati verso le società inglesi. A marzo 2012 nell’ambito dell’operazione“Dummies” condotta dalla Guardia di finanza di Napoli, vengono eseguite 40 ordinanze di misure cautelari emesse dal Tribunale di Padova.


Aprile 2011: la DIA di Napoli, in collaborazione con la DIA di Padova esegue il sequestro preventivo di beni - emesso dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere (Napoli) - nei confronti di Cipriano Chianese, 57 anni, di Parete (Caserta), avvocato e imprenditore attivo del settore dello smaltimento rifiuti, titolare di Resit Srl (società che ha gestito le discariche in Campania), già raggiunto tra il 1993 e il 2007 da provvedimenti di custodia cautelare per vicende connesse al traffico di rifiuti, ora agli arresti domiciliari in seguito a truffe commesse a danno del Commissariato di Governo per l’emergenza rifiuti in Campania attraverso minacce plurime realizzate da appartenenti al clan camorristico dei Casalesi tra il 2002 ed il 2003. Secondo i magistrati Chianese sarebbe «il protagonista indiscusso delle azioni truffaldine ed estorsive contestate» e «senza dubbio, un imprenditore mafioso dall’anno 1988 all’anno 1996». Secondo la Procura della Repubblica Chianese «operava nell’interesse patrimoniale del clan dei Casalesi, attraverso società che si occupavano di trasporto, deposito, e smaltimento dei rifiuti conferiti illecitamente nel territorio campano». Complessivamente, il valore economico dei beni sequestrati nel corso dell’operazione risulta pari a circa 13 milioni di euro.

Nel medesimo ambito viene disposto il sequestro di beni (valore: circa 2 milioni) nei confronti di Franco Caccaro, 49 anni, di Campo San Martino (Padova), imprenditore nel settore delle macchine per la triturazione dei rifiuti, titolare di Tpa-Tecnologia per l’ambiente Srl con sede a Santa Giustina in Colle (Padova), 200 dipendenti e basi operative in Turchia, Australia, Francia, Usa e Brasile.

 

Secondo gli inquirenti, tra il 2005 e il 2006 Caccaro avrebbe sviluppato le attività di Tpa grazie all’ingresso di ingenti capitali (tra cui 3 milioni di euro provenienti da assegni emessi da Resit Srl). Tale apporto avrebbe consentito alla società padovana di assumere una posizione di leader nel mercato dei trituratori dei rifiuti e permesso a Caccaro di estromettere i soci originari di Tpa Srl. Come riportato dal Corriere del Veneto l’8 aprile 2011 «Caccaro era stato in affari anche con il presidente del Consiglio regionale Clodovaldo Ruffato (Pdl). Per quasi dieci anni, infatti, i due sono stati soci, assieme ad altre due persone, della “Sica”, una Srl che aveva come scopo la costruzione di caldaie e il ritiro di rifiuti recuperabili presso centri di trasferimento o piattaforme ecologiche. Ruffato partecipava all'impresa con 20.800 euro di capitale versato; Caccaro, attraverso la controllata “Flair Company”, con 10.400 euro. La società, costituita nel 2000, è stata posta in liquidazione nel 2007 ed è cessata nel 2010. Un dettaglio: la sede legale della Sica, in via Commerciale 78 a Fratte, coincide con quella di uno dei magazzini della Tpa».


Aprile 2011: a Vicenza nell’ambito dell'operazione «Serpe» vengono emesse 29 ordinanze di custodia cautelare in Campania, Veneto, Lombardia, Sardegna e Puglia. A vario titolo, gli indagati sono accusati di associazione di stampo mafioso finalizzata alle estorsioni e aggravata dall'usura, esercizio abusivo dell'intermediazione finanziaria, detenzione e porto abusivo di armi, danneggiamento, sequestro di persona, falsi in scritture private e acquisizione del controllo di attività economiche, concessioni, autorizzazioni per la realizzazione di vantaggi e profitti ingiusti e per finanziare persone detenute in Campania. Secondo gli inquirenti, gli indagati farebbero parte di un sodalizio di stampo camorristico insediatosi nel Veneto, i cui vertici appartengono prevalentemente all’area casertana riconducibile al clan dei Casalesi. In particolare, finiscono in carcere Ivano Corradin, 48 anni, consulente di Marostica (Vicenza) e Diana Ziotti, 68 anni, ex commerciante e presunta "cassiera" dell’organizzazione. I 12 arrestati del Nord est gravitavano invece attorno alla società Aspide Srl di Selvazzano (Padova), nata a dicembre 2009, ufficialmente operante nel settore della vigilanza, di fatto attiva (senza titolo) nel settore del recupero crediti.

 

Secondo gli inquirenti a capo dell’organizzazione era Mario Crisci, 34 anni, napoletano, coadiuvato da un gruppo di “consulenti”, procacciatori di piccole imprese in crisi. Nel sodalizio criminale risultavano anche due picchiatori, chiamati dalla Campania per minacciare e picchiare chi si rifiutava di pagare debiti gonfiati da interessi da usura(fino al 180 % annuo). Le vittime prescelte erano i titolari di aziende edili fortemente indebitate. Aspide Srl (che dal gennaio 2010 aveva promosso campagne pubblicitarie sulle televisioni locali in Veneto ed Emila-Romagna proponendo servizi di riscossione del credito) si presentava a riscuotere crediti per conto terzi proponendo prestiti per continuare l’attività. A causa dei tassi insostenibili, l'azienda indebitata era quasi sempre costretta a cedere titoli e quote aziendali. Quindi Aspide Srl, forte di regolari contratti di cessione crediti, si recava a riscuotere il dovuto. Se non riusciva a ottenere il denaro in breve tempo l’organizzazione di Crisci passava alle minacce e dunque ai pestaggi.Solo 3 imprenditori su 135 usurati hanno denunciato lo strozzinaggio. Altri si sono prestati a fare a loro volta da procacciatori di altre “vittime”. Lo scenario è stato ricostruito in 8 mesi di intercettazioni e pedinamenti. Si è scoperto così che i guadagni illeciti (4 milioni di euro) finivano quasi tutti in Campania attraverso versamenti su carte Poste Pay, con l’obiettivo di fornire uno “stipendio” ai familiari di camorristi detenuti. L’11 gennaio 2012 il pm veneziano Roberto Terzo ha chiesto il rinvio a giudizio nei confronti di Crisci; Massimo Covino, 37 anni; Antonio Parisi 43 anni (con un passato da associazione di stampo mafioso); Ciro Parisi, 23 anni, di Napoli (terzo in comando); Alessandro Mazza, 32 anni, di Villaricca, (tra i “picchiatori”); Alberto Carraturo, 28 anni, di Napoli; Assunta Covino, 42 anni, di Napoli; Anna Guarino 28 anni, di Napoli; Angelo e Francesca Nattino, di 23 e 24 anni, entrambi di Napoli; Pasquale Talamo. 52 anni, di Napoli; Patrik Halambica e Ferdinant Selmani, di 34 e 29 anni, rispettivamente di nazionalità ceca e albanese, (picchiatori assoldati in Veneto); Christian Tavino, 34 anni, padovano (ex poliziotto a Milano); Salvatore Destito, 36 anni, padovano, (ex barista: fungeva da “sentinella”); Ivano Corradin. 48 anni, di Marostica, consulente tributario; Donatella Concas. 34 anni, di Tortolì (Nuoro), Marzio Casarotto, 43 anni, residente a Bagnolo di Po (uno dei procacciatori di «clienti»); Andrea Milani. 42 anni di Padova, (esperto di carte Sim e schede telefoniche); Giuseppe Zambrella. 37 anni, di Matera, (la “faccia per bene” sul mercato di Verona); Federico Turrini. 34 anni, di Bovolone; Gabriele Marostica. 55 anni, di Villa Bartolomea, Verona;Diana Ziotti. 68 anni di Ferrara; Elisa Lunghi. 41 anni di Milano; Alberto Parisi. 47 anni napoletano, residente a Castelvolturno; Johnny Giuriatti. 37 anni di Saccolongo - elemento di spicco nel Padovano, titolare di JTA Srl con sede a Mestrino (Padova), attiva nel settore dei trasporti eccezionali - e Giuseppina Caruso. 65 anni napoletana, ritenuta tra le “teste di legno” dell'organizzazione.


 

Giugno 2011: la DIA di Padova dispone il sequestro di diversi beni immobili a Verona, Napoli e Desenzano del Garda (Brescia), riconducibili a Salvatore Cautero, napoletano, residente a Desenzano.


Luglio 2011: nell'ambito dell'operazione«Testa di Serpente», il comando veneto della Guardia di finanza - coordinato dalla Procura della Repubblica di Padova - esegue le ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di 3 persone (2 di nazionalità cinese, una italiana), ritenute al vertice di un'organizzazione criminale implicata nei reati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, associazione a delinquere finalizzata alle frodi fiscali, sfruttamento di false certificazioni professionali e truffa ai danni dello Stato. Nel corso dell’inchiesta la Guardia di finanza esegue controlli in circa 1.100 imprese e ditte individuali riconducibili a uomini d'affari di nazionalità cinese distribuite sul territorio nazionale. L'epicentro delle indagini viene individuato in un gruppo societario con sede a Padova, gestito da cittadini cinesi, con cui venivano poste in essere procedure fraudolente per consentire ai connazionali di ottenere indebitamente permessi di soggiorno, false abilitazioni per la somministrazione di alimenti e bevande e libretti formativi contraffatti. Due soci del gruppo facevano figurare come colf o badanti migranti asiatici desiderosi di ottenere il permesso di soggiorno.

 

Luglio 2011: in seguito a difficoltà finanziarie, il 21 luglio Edilbasso Spa, società di costruzioni con sede a Loreggia (Padova) viene sottoposta alla procedura di scioglimento e liquidazione (come previsto dal decreto del Tribunale di Padova n. 20/2011, ai sensi dell'articolo 160 della Legge Fallimentare).Contestualmente, viene ratificato il concordato preventivo stipulato il 6 giugno 2011 che prevedela continuazione di parte dell'attività di Edilbasso Spa attraverso un contratto d'affitto di ramo d'azienda a favore di Faber Costruzioni Srl, costituita il gennaio 2011 da Paolo Simion e Algisa Srl (società dei figli di Bruno Basso, fondatore di Edilbasso Spa.) Tale accordo è definito e circoscritto da 3 contratti: appalto (concluso il 9 giugno 2010) tra Edlibasso Spa e la Provincia di Verona per la realizzazione dei lavori di soppressione del passaggio a livello al km 111+055 della linea ferroviaria Mantova-Monselice nel Comune di Sorgà; appalto (concluso il 18 settembre 2009) tra l'Associazione Temporanea d'Imprese Edilbasso Spa, Sielv Srl e Ulss 16 di Padova per la realizzazione della nuova Psichiatria dell'Ospedale Sant'Antonio a Padova; e convenzione tra l'Ati Edilbasso Spa, Urbaser Sa e Azienda Generale Servizi Municipali di Verona Spa stipulata in seguito all'aggiudicazione della gara per la progettazione, costruzione e gestione della nuova sezione di incenerimento del complesso impiantistico di Cà del Bue a Verona mediante procedura di finanza di progetto. Tra i soci di Faber Costruzioni Srl - nel corso delle numerose variazioni di assetto proprietario della società, avvenute nei mesi successivi alla costituzione - figurano Giovanni Barone e Adriano Cecchi (quest’ultimo attraverso la società Immobiliare Milano Srl), entrambi già coinvolti nell’operazione «Tenacia» condotta dalla DIA di Milano, alla base dell’inchiesta della Procura di Milano sulla criminalità organizzata in Lombardia che ha portato all’arresto di diverse persone, tra cui Salvatore Strangio, Andrea Pavone, Ivano Perego e Pasquale Nocera, accusati a vario titolo di associazione mafiosa. Nell’Ordinanza di applicazione di misure cautelari del Tribunale di Milano del 6 luglio 2010 i giudici precisano che Barone risulta avere «precedenti di polizia per reati contro la pubblica amministrazione, oltraggio, resistenza e violenza, falso in genere, falsa attestazione a pubblico ufficiale, omessa custodia di armi». In particolare l’indagine pone l’attenzione sulle modalità di infiltrazione della n’drangheta durante il fallimento-liquidazione nell’impresa Perego Strade Srl. Nella vicenda Perego compaiono a diverso titolosia Giovanni Barone che Adriano Cecchi rispettivamente liquidatore (dal 4 novembre 2008 alla liquidazione) e sindaco (dal 14 novembre 2008 all’approvazione del bilancio 2010) di Perego Strade Srl; e rispettivamente liquidatore (dal 19 dicembre 2008 alla liquidazione) e sindaco (dal 19 dicembre 2008 all’approvazione del bilancio 2010) di Perego Holding Spa.

 

Luglio 2011: la Questura di Verona in collaborazione con la DIA di Padova esegue la misura di prevenzione personale e patrimoniale nei confronti di Domenico Multari, crotonese, residente a Zimella (Verona), ritenuto affiliato all’organizzazionecriminale calabrese “Dragone”, già sottoposto a obbligo di soggiorno biennale nel comune veronese. In particolare, nel corso delle indagini viene disposto il sequestro di quote societarie e beni mobili e immobili del valore di circa 3 milioni di euro di proprietà di Multari.

 

Dicembre 2011: la Questura di Verona dispone il sequestro di un appartamento a Peschiera sul Garda (Verona) intestato a Giuseppe Nocera, ritenuto vicino a Michele Zagaria affiliato del clan camorristico dei Casalesi

 

Gennaio 2012: il Tribunale di Belluno dispone il sequestro di beni del valore di 300 mila euro ad Angelo Calatafimi, originario di Reggio Calabria, 58 anni, già sottoposto a sorveglianza speciale e inquisito per reati di mafia. La sera del 15 novembre 2010 Calatafimi aveva ferito un uomo a colpi di pistola nel pub «Case Rosse» di Mel (Belluno), motivo per cui era stato condotto in carcere.


 

Gennaio 2012: i Carabinieri del nucleo investigativo di Padova - in collaborazione con la DDA di Napoli - arrestano a Brugine (Padova) il latitante Nicola Imbriani, 56 anni, di Quarto Flegreo (Napoli), ritenuto esponente di spicco del clan camorristico «Polverino» operante nell'hinterland di Napoli e in varie zone d'Italia e Spagna. Imbriani, braccio destro del capo clan Giuseppe Polverino e uno dei “colletti bianchi” dell’organizzazione, era riuscito a sfuggire alla cattura durante un blitz dei carabinieri che il 3 maggio 2011 aveva portato in carcere 40 affiliati accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsioni, usura, traffico e spaccio di stupefacenti, trasferimento fraudolento e possesso ingiustificato di valori, reinvestimento di capitali in attività imprenditoriali, immobiliari, finanziarie e commerciali.Il blitz era scattato dopo un'indagine coordinata dalla DDA di Napoli dal 2007 in cooperazione con l'Unidad Central Operativa della Guardia Civil spagnola, che ha portato anche al sequestro di beni per oltre 1 miliardo di euro. In particolare, Imbriani si occupava delle attività imprenditoriali del clan reinvestendo nel settore dell’edilizia privata in Veneto i proventi delle attività criminali. Due persone accusate di aver favorito la latitanza di Imbriani nel Padovano sono state arrestate (Giorgio Cecere, 36 anni, e Salvatore Sciccone, 51 anni, residente a Brugine, che gli forniva ospitalità nella propria abitazione). Secondo gli investigatori nel 2007, Imbriani ha finanziato la campagna elettorale alle elezioni amministrative di una lista civica a Quarto Flegreo, in modo da assicurarsi contatti utili a condizionare a vantaggio dei Polverino, qualsiasi decisione politica legata allo sviluppo dell'edilizia nell’area flegrea.


 

Gennaio 2012: la Questura di Venezia esegue l’arresto di Giuseppe Maniscalco, residente a Gela (Caltanissetta), ritenuto affiliato ai clan della Stidda, con l’accusa di concorso nell’omicidio di Daniele Martines, altro esponente del sodalizio mafioso.


 

Gennaio 2012: il Gruppo interforze della Prefettura di Padova avvia un’indagine sul cantiere del lotto autostradale della A31-Valdastico (tratto Padova Rovigo) da cui emergono anomalie nel rapporto d’affari tra due aziende impegnate nei lavori: Serenissima Costruzioni Spa e CTC Srl. In particolare, viene posta attenzione sul contratto di distacco del personale, sul quale gravano sospetti che si tratti di una “copertura” per un rapporto di lavoro subordinato. Nel corso delle indagini e dalle visure camerali è emerso che dietro a CTC c’è Luigi Conforto, originario di Catanzaro, all’attenzione degli inquirenti per la frequentazione di pregiudicati e perché in possesso di numerosi precedenti penali (non riferibili allo stampo mafioso). Nello stesso mese, il settimanale L’Espresso pubblica un’inchiesta giornalistica sulla presenza di materiale tossico nel medesimo cantiere.


 

Febbraio 2012: la Guardia di finanza di Treviso avvia un’indagine nei confronti di due aziende della Marca ritenute avamposto della criminalità organizzata siciliana nel Trevigiano. In particolare, le Fiamme gialle concentrano l’attenzione sulla sospetta provenienza dei capitali utilizzati per avviare le imprese e sui legami con i clan mafiosi della Sicilia.


 

Marzo 2012: l'8 marzo i carabinieri di Padova fermano due cittadini cinesi ritenuti componenti di un’organizzazione criminale finalizzataalle rapine e ai sequestri di persona. Un affiliato al sodalizio criminale viene arrestato all'aeroporto di Milano mentre tenta di far rientro in Cina, mentre il complice viene catturato dopo che si era nascosto in provincia di Venezia. Da quanto emerge dalle indagini i due avevano come obiettivo i bar gestiti da cinesi e le abitazioni di pertinenza dove venivano custoditi gli incassi.


 

Marzo 2012: il 21 marzo, in seguito alle indagini del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Vicenza, vengono multati trenotai di Vicenza per non aver segnalato all’UIF della Banca d’Italia una serie di operazioni finanziarie sospette (del valore di circa 9,4 milioni di euro) come previsto dalle attuali norme antiriciclaggio. In particolare, tra le operazioni vagliate dalla Guardia di finanza risulta un caso di una società a conduzione familiare prossima al fallimento in cui i titolari avevano “svuotato” il patrimonio trasferendo, con il placet del notaio, i propri beni in un fondo patrimoniale e in due trust per eludere gli obblighi nei confronti dei creditori; e un altro caso, in cui un altro pubblico ufficiale ha sottoscritto la costituzione di 4 società nel settore conciario rivelatesi poi “cartiere”, in alcuni casi intestate a persone di origine campana prive di alcuna competenza nel settore. Seppure la vicenda non appaia direttamente connessa con le attività illecite della criminalità organizzata, risulta sintomatica data la ricorrenza di “reati spia” della presenza mafiosa e per le caratteristiche dei casi che confermano la presenza e il ruolo di professionisti nell’«area grigia» di raccordo tra le attività criminali e il reinvestimento dei proventi illeciti in operazioni finanziarie legali.


 

Marzo 2012:il 30 marzo i carabinieri di Cosenza, nell’ambito dell’Operazione «Tela di Ragno» in coordinamento con la Direzione distrettuale antimafia eseguono 63 ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di presunti appartenenti a cosche della ‘ndrangheta con diramazioni in diverse regioni anche nel Nord Italia. Nell’inchiesta risultano indagate complessivamente 250 persone. Diversi arresti vengono eseguiti in Calabria, Lazio, Lombardia e Veneto, dove finisce in carcere Valerio Crivello, residente a Preganziol, Treviso, di professione salumiere che, secondo gli inquirenti avrebbe partecipato al tentato omicidio del boss della n’drangheta Giancarlo Gravina per «vendetta o comunque per il mantenimento del controllo criminale nel territorio». Dagli atti risulta che Crivello avrebbe intimidito un imprenditore edile per fargli pagare il pizzo danneggiando i mezzi della sua azienda. Nel corso dell’operazione vengono sequestrati beni mobili e immobili del valore di 15 milioni di euro.


 

Marzo 2012: il 16 marzo a Padova viene posto sotto sequestro un appartamento di proprietà di Andrea Pasquale Muncivì (figlio di Francesco, accusato di far parte del sodalizio criminale “Emmanuello” legato a “Cosa Nostra” e di praticare l’estorsione, quindi, nel ruolo di amministratore delegato di alcune società cooperative, metteva a disposizione del clan mafioso la sua attività imprenditoriale nel settore delle costruzioni.


 

Maggio 2012: il 22 maggio 2012 La Questura di Venezia, su mandato della DDA di Venezia e con il coordinamento del SCO della Polizia di Stato esegue 13 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettante persone accusate di far parte di un’organizzazione criminale legata ai clan dellacamorra. Tra gli arrestati (nei confronti dei quali, a vario titolo, vengono ipotizzati i reati di estorsione aggravata in concorso, porto d’armi, ricettazione, truffa, lesioni gravi e falso con l’aggravante dei metodi mafiosi) risultano l’imprenditore Mauro Bugno, ex presidente della società A.C. San Donà Calcio 1922 di San Donà di Piave (Venezia), Federico Marchesan, vicedirettore del Banco del Veneziano di Caorle, Antonio Pacifico, 45 anni, imprenditore nel settore del cartongesso, residente a Eraclea (Venezia), Felice Nemolato, zio del Pacifico, Vanglel Alla, imprenditore edile di nazionalità albanese, anch’egli residente a Eraclea, e Franco Crosariol titolare della società Edilgarby con sede a San Stino di Livenza (Venezia). Secondo la Procura della Repubblica di Venezia, il gruppo criminale avrebbe organizzato una truffa del valore di 4 milioni di euro ai danni di alcuni istituti bancari, dopo aver stipulato una sorta di «pactum sceleris»tra i componenti veneti dell’organizzazione e i clan della camorra, con l’obiettivo di spartirsi i proventi dell’operazione fraudolenta. In particolare dall’indagine emergono le connessioni e le complicità tra camorristi e una vasta “area grigia” fatta di professionisti e imprenditori locali. Dagli atti risultano infatti il fondamentale ruolo del bancario Marchesan, incaricato di dividere in diverse tranche una quarantina di assegni sottratti al Banco di Napoli per poi incassare gli importi (attraverso la società Eurotecnica, creata ad hoc) e quindi girare le somme attraverso bonfici a favore dei soci campani; e quello di Bugno, che si sarebbe avvalso dei “servizi” del sodalizio per pagare gli stipendi ai giocatori dell’A.C. San Donà Calcio 1922 e per le sponsorizzazioni della squadra durante il campionato 2010-2011.



 
Proposte


 

La lotta alla criminalità organizzata è una priorità assoluta per il Partito democratico e si sviluppa in diversi ambiti: educazione, prevenzione e repressione. Al fine di implementare le attività antimafia è urgente e necessario predisporre urgenti misure riguardo a:


 

1)tracciabilità dei flussi finanziari.Si registra la necessità di potenziare la capacità degli enti di credito nel segnalare operazioni sospette all’UIF della Banca d’Italia che dettaglia l’elenco dei “sintomi” del riciclaggio, ponendo in particolare l’attenzione su:


 

a) operazioni incongrue rispetto alle finalità dichiarate

 

b) ingiustificate interposizioni di soggetti terzi

c) mezzi di pagamento non appropriati alle operazioni,

 

d) ricorso alle tecniche di frazionamento

e) presenza di soggetti estranei alle normali logiche aziendali.


2)trasparenza degli appalti pubblici. La legge esistente è una norma valida ma viene aggirata con il ricorso alle deroghe stabilite nelle procedure emergenziali. A riguardo è utile ricordare l’allarme lanciato nel 2010 dai carabinieri di Verona, secondo cui la’ndrangheta era pronta a investire circa 12 milioni di euro nella ricostruzione post-alluvione. Questo tentativo risulta facilitato dall’ordinanza della Presidenza del Consiglio (governo Berlusconi) che - nel disporre i poteri del commissario delegato per l’Alluvione – ha allargato l’ambito di azione oltre la fase emergenziale, affidando al commissario anche la costruzione di opere di salvaguardia ambientale da appaltarsi senza la sottoposizione alle rigide procedure che regolano i bandi pubblici.


3)introduzione del reato di autoriciclaggio. Negli ultimi anni si è accentuata la tendenza delle organizzazioni mafiose a provvedere - oltre alla produzione di profitti illeciti - anche alla loro successiva “pulizia”. L’acuirsi della pratica si deve alla consapevolezza degli affiliati alla criminalità organizzata di non rischiare alcuna condanna per autoriciclaggio, in quanto non previsto nel Codice penale italiano. L’assenza del reato è da ricercasi nell’ordinamento penale italiano che distingue chi commette il reato e chi viene chiamato a rispondere dei reati di ricettazione o riciclaggio. L’utilizzo dei beni illeciti viene considerato una prosecuzione del crimine presupposto e quindi non assume autonoma rilevanza penale. Un vulnus evidenziato anche dall’Associazione bancaria italiana che a febbraio 2009 segnalava la mancanza di punibilità per autori o compartecipi del reato presupposto. L’effetto pratico è che chi, ad esempio, vende stupefacenti e rimette in circolazione i proventi dello spaccio può essere punito per il traffico di droga ma non per il reato di riciclaggio.


 

4)modifica del Codice antimafia. Ad agosto 2010 il Parlamento ha delegato il governo Berlusconi ad adottare il Codice antimafia con due obiettivi: armonizzare la normativa (penale, processuale e amministrativa) sul contrasto della criminalità organizzata, e connettere i provvedimenti con le disposizioni antimafia emanate dall’Unione europea. Alla base del Codice, la consapevolezza che un’efficace politica di prevenzione e repressione delle attività mafiose dovesse basarsi soprattutto su strategie di aggressione al loro potere economico. A tale scopo a giugno 2011 il governo ha emanato un apposito decreto che, invece di riorganizzare la materia, la complica e la burocratizza ulteriormente, ottenendo l’opposto di quanto previsto dal Parlamento. A partire dalla mancata integrazione con le regole stabilite dall’Ue. Da questo punto di vista è grave che il governo abbia scelto di non introdurre il reato di autoriciclaggio. Preoccupa, inoltre, il mancato recepimento del reciproco riconoscimento dei provvedimenti di confisca dei beni mafiosi adottato dal Consiglio europeo nel 2006. Significa che le richieste di rogatoria internazionale della magistratura continueranno a essere respinte. All’atto pratico, vuol dire non poter procedere al sequestro, ad esempio di un negozio appartenente a un mafioso condannato con sentenza definitiva, se il bene si trova all’estero. Infine, il governo Berlusconi non ha recepito la Convenzione europea sulla corruzione del 1999, che contiene disposizioni organiche per prevenire la corruzione in particolare nella pubblica amministrazione. In questi giorni in Parlamento è finalmente in fase di approvazione la ratifica di tale Convenzione. In ogni caso, così concepito, il Codice antimafia non serve a smantellare l’accumulazione illecita di capitali; e quindi non intacca la principale ragione d’essere della criminalità organizzata. Alla rinuncia, da parte del governo Berlusconi, di maggiori controlli sull’intermediazione finanziaria e di misure per ridurre l’utilizzo del contante nei pagamenti, si aggiunge la mancata modifica dell’articolo 416-ter del Codice penale che punisce lo “scambio elettorale politico-mafioso”. Attualmente, viene punito solo chi ottiene la promessa di voti in cambio di denaro, mentre appare necessario estendere la punibilità anche a chi riceve promesse di agevolazione su concessioni, autorizzazioni, appalti, contributi e finanziamenti pubblici. Visto che, come è noto, il sostegno elettorale mafioso non si limita alla ricerca diretta del denaro ma più frequentemente si concretizza nella creazione di comitati d’affari per controllare, direttamente o indirettamente i canali di finanziamento. Infine, il Codice antimafia introduce la “prescrizione breve” della confisca, comparando impropriamente i diversi profili di pericolosità dei destinatari delle misure di prevenzione, con il risultato di assimilare gli indiziati per mafia a tutti gli altri.


 

5)approvazione della nuova legge anticorruzione. Si rileva la necessità di approvare in tempi rapidi la legge anticorruzione attualmente in discussione alla Camera, in sintonia con quanto previsto nella legislazione degli Stati dell’Unione europea.


 

6)introduzione dell’educazione alla legalità nelle scuole. Per combattere le mafieè necessario potenziare i percorsi civici formativi contro la criminalità organizzata, a partire dall’educazione alla legalità per gli studenti, da avviare con il coinvolgimento degli insegnanti e degli enti locali.


7)ripristino delle risorse tagliate alla DIA. E’ la misura più urgente, dopo che il precedente governo ha tagliato i fondi destinati alla Direzione Investigativa Antimafia. Nel 2001 lo stanziamento di risorse per mantenere le venti sedi della struttura ammontava a 28 milioni di euro; nel 2010 la cifra si è drasticamente ridotta a 1,5 milioni. Il taglio ha interessato anche gli stipendi del personale, su cui è stata attuata una decurtazione fino al 20%. Il rischio, senza interventi di ripristino delle risorse, è la chiusura definitiva di tre importanti sedi DIA (Lecce, Trapani e Trieste) e in prospettiva anche dei presidi antimafia ad Agrigento, Catanzaro, Salerno e Messina, con la relativa dismissione del personale assegnato.

 

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