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Riprendiamoci il PD - Congresso subito

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Facciamo sentire la voce degli iscritti

Finora il dibattito nel PD è stato tutto e troppo interno, autocentrato, rivolto al proprio ombelico: e questa è probabilmente una delle ragioni della sua attuale crisi.
Il PD ha commesso una serie di errori organizzativi (su quelli politici, ognuno facciale sue valutazioni) clamorosi:
a) non facendo partire immediatamente la campagna per il tesseramento (lanciata in ritardo, quando
già l'entusiasmo era calato e l'immagine appannata, a causa dei personalismi e dei continui conflitti interni molto più che non a causa di una prevedibile sconfitta elettorale);
b) non indicendo immediatamente un congresso che legittimasse la leadership, contro lo strapotere di correnti e sottocorrenti. Entrambi errori voluti da coloro i quali, in quanto leader delle precedenti componenti,
volevano prima insediarsi, contarsi, logorare l'avversario, spartirsi le risorse (dai soldi ai posti), per garantire reciproche rendite di posizione tra gruppi tra loro in dissenso, perdendosi in discussioni su temi poco sentiti, molto politichesi, con logiche che nulla avevano a che fare con un partito che si voleva nuovo. Personalmente, ho vissuto tutto questo aspetto con una certa amarezza: una promessa non mantenuta. Tuttavia, come altri, credo ancora nelle cose che si possono fare all'interno di questo progetto, per portarlo a compimento. Ma per farlo dobbiamo sconfiggere i nemici primi del PD. D'Alema e i dalemiani, Rutelli e i rutelliani, Parisi e i parisiani, tanto per non fare sconti a nessuno, e altri ancora: cioè tutti quelli che avevano una logica di cricca e di corrente, ed erano in ricerca estenuante di visibilità, alimentando logoranti conflitti.
Ma ci aggiungerei anche le microcorrenti che pretendono abusivamente di rappresentare un'identità: i cosiddetti 'cattolici' (teodem o altri: da cattolico sono arcistufo di sentirmi dire che mi rappresenta la Binetti), per esempio, e tutti coloro che cercavano legittimità fuori anziché dentro il partito. Forse perché dentro sapevano che non ne avrebbero avuta un granché. Basta! Con loro, basta!
Il nostro sogno e il nostro impegno politico (perché è nostro, non loro) rischia di essere affossato a causa di queste logiche. Salviamo il PD, dissequestriamolo, iniziamo una lotta di liberazione interna dai cacicchi veri,
che stanno a Roma, non sul territorio. Ma per farlo occorre una leadership forte, e che creda in questa logica, anziché essere figlia di quelle precedenti (come probabilmente era l'intempestiva candidatura Bersani). E che sia finalmente legittimata. Altrimenti saremo noi il partito di plastica: altro che le ironie su Forza Italia o il PDL. E questo anche a costo di cambiare subito lo statuto, consentendo quello che si è volutamente impedito fino ad ora: che gli iscritti possano esprimersi sui destini del loro partito, sulle
sue scelte, sui suoi dirigenti, locali e nazionali. Arrivo a dire: chiunque sia, ma sia un segretario
legittimato e con pieni poteri. Che sia Franceschini, perché è la soluzione più naturale e in continuità con il lavoro di Veltroni. Che sia un leader proveniente dal territorio, anche se purtroppo non accadrà (un Chiamparino, un Soru, o qualunque altro abbia un responsabilità concreta e un popolarità almeno dove opera politicamente). Che sia un illustre sconosciuto. Che sia uno dei nemici interni del progetto del PD. Ma almeno sapremo di chi si tratta, e potremo, tutti quanti, trarne le dovute conseguenze, e decidere se ci piace ancora il progetto che il Partito Democratico rappresenta. La ricchezza del PD sono le sue energie, i suoi sostenitori, i suoi elettori. Non sprechiamola per colpa dei soliti noti. Questo chiedono i semplici iscritti, quelli che finora non hanno avuto nemmeno un po' di voce. Sarebbe un delitto imperdonabile, e una responsabilità storica, continuare in un dibattito tra soli vertici, o presunti tali, che rischia di vedere implodere il PD: se una forza politica nuova si vuole davvero costruire, la sua forza non può che partire dal radicamento nel territorio, dalla sua vivacità, dalla sua capacità di cambiamento e di innovazione a quel livello, e dalla possibilità di esprimere la propria voce, da parte di  tutti.
Il che significa che bisogna far partecipare le energie nuove che hanno creduto in questo progetto politico: fornendo, innanzitutto, occasioni di dibattito anche formali, negli organismi che hanno potere decisionale, non solo per ratificare decisioni altrui. Salviamo il PD. Inondiamo di mail il sito del partito democratico, mandiamo fax e intasiamo di telefonate i centralini locali e nazionali del PD, chiamiamo quelli che conosciamo che domani parteciperanno all'assemblea nazionale, chiedendo con forza il congresso anticipato, per evitare una situazione dilatoria che servirebbe precisamente a far tirare in lungo coloro contro
i quali e a causa dei quali Veltroni si è dovuto dimettere: e sarebbe una débacle, una morte annunciata estenuante e logorante, per il partito che si voleva democratico.

Stefano Allievi
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Tra economia ed etica

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Non so se leggo male, ma in questi giorni in cui si sta vivendo una delle più importanti crisi finanziarie della storia, si ricomincia a parlare di etica in economia; un rapporto visto finora da parte di molti come un ossimoro. A dare voce alla necessità dell’etica applicata all’economia quale strumento di riflessione troppo spesso nascosto in dotte discussioni accademiche, non sono i soliti estremisti e anticapitalisti, ma uomini dell’alta finanza, che cercano di analizzare situazioni difficili come questa preoccupati, almeno così dicono, ma non allarmati. Sottolineare il passaggio dal laissez faire tipico del mercato; passare dalla deregolamentazione ad una situazione maggiormente virtuosa, mostra come grandi economisti e banchieri, con un liberismo che segna il passo per aver chiuso gli occhi davanti all’evidenza di una finanza sempre più spinta all’eccesso, cerchino una soluzione che non sia solo un’apertura di credito senza condizioni verso il mercato, ma un tentativo di aprire nuovi spazi perché si possa discutere di economia e finanza in maniera diversa. Cosa c’entra l’etica? L’etica, come sappiamo, pone delle condizioni di rispetto delle regole, anzi, è regola essa stessa che, in economia, guida a scrutare l’orizzonte dell’esasperazione del profitto per ricondurre alla giusta coscienza gli operatori perché questi possano utilizzare strumenti economicamente efficaci ed eticamente possibili. Lasciare che il mercato si autoregoli immettendo in esso maggiore libertà come sosteneva von Hayek, fa crescere più la mediocrità dello stesso e dei suoi operatori. Infatti i recenti fallimenti dimostrano, se ce ne fosse ancora bisogno, che l’amore esagerato verso questo sistema di mercato in uno stato quasi contemplativo è prova di “infantilismo e debolezza culturale” (G.Amato, SOLE 24 ORE, 5 ottobre 2008). Aggiungere anche delle convinzioni morali alla legge/non legge del mercato, a questo punto, non si può più essere ridicolizzati come sosteneva Friedman, ma non può che essere visto come la costruzione di una maggiore solidità economica oltre che morale, appunto. Bisogna pertanto riconoscere che l’etica non crea delle difficoltà all’economia e non impedisce al mercato di essere se stesso, di crescere e svilupparsi, ma ne è un valore aggiunto nel panorama talvolta fosco delle transazioni economiche e della loro folle corsa verso una massimizzazione dei profitti anche quando questi è evidente, che non possono che essere delle entità virtuali e non virtuose. Non è solo la valutazione dei rischi nello spostamento di capitali, ma il riconoscimento che il rischio maggiore è quello di non preoccuparsi che i comportamenti esasperati possono indurre molti milioni di persone con pochi strumenti economici, culturali e sociali a trovarsi in situazioni di disperazione e vedere davanti a sé un oceano aperto da dover affrontare con scialuppe di salvataggio malmesse. Le colpe, com’è evidente, non sono e non possono essere del mercato in sé, ma di coloro che ne fanno uno strumento imprigionato in logiche perverse di inciviltà economica intonando il refrain delle palesi ed esclusive virtù delle transazioni economiche e finanziarie lasciate a se stesse. Tutto ciò all’interno di un sistema globalizzato il quale, senza dare giudizi di merito, è sempre più spinto a superare i suoi limiti e qualsiasi regola stabilita da qualsivoglia Stato. Se le norme vengono emanate dai parlamenti, la globalizzazione le supera, va oltre gli stati che sembrano impotenti di fronte alla sua irrefrenabile corsa e alle sue infinite possibilità e opportunità. Tutto qui? Certamente no! Infatti, in questo mercato di capitali virtuali globalizzati e in movimento, succedono catastrofi nelle quali, per poter evitare danni peggiori, interviene ancora una volta lo Stato di cui il mercato farebbe volentieri a meno ma, evidentemente in casi di gravi difficoltà, ne accetta di buon grado gli aiuti. Ingenti iniezioni di denaro, certamente non virtuali, sottratte alle risorse raccolte per essere ridistribuite tra tutti vengono assegnate per sanare drammatiche falle. A questo punto, se il ritorno all’etica dell’economia è diventato un nuovo segnavia, è da pensare che la stessa economia di mercato, lo stesso capitalismo, riconoscano il loro insuccesso nell’essersi allontanati dalla riflessione morale pensandola superflua, di ostacolo e, molto probabilmente, con poco senso. Con buona pace della “mano invisibile”. O forse si vuole speculare anche sull’etica? Ma qui c’è ben poco da guadagnare...

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Basta decidere per le periferie

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Sia Camon sia Jori nella loro lettura critica del risultato del PD in Veneto sottolineano la mancata comprensione della questione federalista da parte del gruppo dirigente nazionale. L’uno parla di partito romano, l’altro di necessario ritorno al territorio. Proverò a declinare meglio questa corretta chiave di lettura. Innanzitutto a partire dal profilo della classe politica. Sui 22 eletti del PD in Veneto 8, ovvero il 36% , appartengono alla quota nazionale. Sarebbero i cosiddetti paracadutati. Una vera follia politica. Dispiace dirlo ma, pur con tutta la stima per Morando e la Garavaglia, bisogna essere dei marziani per pensare di attribuire loro il ruolo di capolista, ovvero di massimi rappresentanti del nostro territorio e pensare pure di prendere voti. Se inVeneto uno candida Bitonci, l’altro il vicesindaco di Roma non c’è partita. Nelle candidature del PD sono mancate le leadership territoriali riconosciute. La Lega raccoglie il consenso territoriale e lo esprime tramite i suoi sindaci, i suoi amministratori. Nel PD si è assistito invece ad una colonizzazione della periferia veneta: la pattuglia degli esterni è come il fisco: prende i voti e non restituisce politica. Va detto chiaro: per fare il federalismo fiscale, ineludibile, devi avere il federalismo politico, ovvero una classe politica espressione delle comunità locali. Il vero dramma è che nella cultura politica del centrosinistra l’asse centro/periferia non è mai stato considerato luogo fondante la partecipazione e la legittimazione politica. La prevalenza è sempre stata assegnata ad altre linee di frattura: dall’asse centro/sinistra, al conflitto tra capitale e lavoro. Quanto poi alla forma partito sono prevalsi i vecchi schemi: il centro ha deciso per le periferie, con innesti poco virtuosi di classe politica a-territoriale. Per chiarezza dirò che ritengo simbolicamente utile la candidatura di Calearo; era un segnale al mondo dell’impresa veneta. Ma per tradurre i segnali ed i simboli in politica ci vuole tempo: la fiducia in politica è un bene scarso e difficile da acquisire. Però ci voleva più coraggio. Invece di discettare di primarie per la selezione dei candidati andava detto con forza che quella lista era territorialmente dis-rappresentativa.  Non c’è più politica senza territorio; finchè le ideologie regnavano il territorio poteva essere residuale. Ora no. Perché è nei territori che oggi si vivono le grandi tensioni, le grandi paure, le grandi insicurezze. Il politologo Feltrin insiste poi sulla difficoltà di far votare agli italiani un leader, Veltroni, che per quanto bravo è comunque figlio della miglior tradizione comunista. Ma soprattutto nega l’assunto su cui poggia lo stessa identità del PD: mettere assieme, tra l’altro, ex comunisti ed ex democristiani. Per lui le vecchie culture politiche sono come il vischio. Ne consegue che è inutile pensare ad un PD veneto federato e che si debba creare un soggetto politico inedito. Diversamente da lui credo che la risposta politica sia quella di creare un PD del Veneto confederato: sì confederato. Senza fare la guerra di secessione ma dicendo al gruppo dirigente romano che un partito nasce dall’aggregazione di leadership territoriale, e che le oligarchie centralistiche sono le ultime scorie ideologiche del Novecento. Che senso avrebbe realizzare  il senato federale se poi i partiti veramente federali non sono. La riforma dell’assetto istituzionale insomma si dovrà riverberare sui modelli di partito. E poi va detto con chiarezza: non si possono candidare le segretarie, i portavoce, i funzionari. Così si uccide la politica e si genera l’antipolitica. Anche le sconfitte servono, solo però se si ha il coraggio di riflettere con coraggio sulle cause; da qui si deve ripartire.

 

Andrea Colasio

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La PIAZZA-TA e il Partito Democratico

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La notizie arrivate dalla manifestazioni dell’altro giorno a piazza Navona lasciano quanto meno sconcertati. Un raduno per dimostrare la contrarietà alle scelte del Governo, a Decreti legge rincorsi con velocità inaudita per sistemare certe posizioni personali arrivando ad allontanare il giusto giudizio al quale il nostro Primo Ministro dovrebbe sottoporsi alla pari degli altri cittadini; a norme identificative dei bambini rom che lasciano il tempo che trovano dato che sembrano più una trovata etnicamente orientata di scarso effetto sulla sicurezza e, tanto meno, sul problema dei rom che è molto più complesso e che, comunque va risolto. Un orientamento, quello del Governo, criticato dalla Chiesa e    sonoramente  bacchettato anche dalle Istituzioni europee con accuse pesanti di razzismo  e che sta creando non poche tensioni e reazioni scomposte. Le giuste  ragioni,  delle quali la piazza era portatrice, sono state, purtroppo, palesemente nascoste da un pessimo risvolto:   si è scaduti nella volgarità più bieca, nell’insulto generalizzato contro, oltre al governo e ai suoi ministri (una in particolare) anche contro il Presidente della Repubblica e il Papa. Di saltimbanchi siamo pieni, ma questi dovrebbero almeno divertire senza annegarsi nello squallore come hanno fatto i due maggiori protagonisti di Piazza Navona. La verità va proclamata, anche ironicamente, la satira è segno di democrazia,  la volgarità, invece, fa scadere in basso chi la pronuncia, anche se strappa applausi.  Il Governo si giudica nel merito delle scelte politiche, con forza e determinazione, senza tentennamenti, presentando progetti alternativi, significativi e forti per il bene comune e in particolare per i molti cittadini e le loro famiglie che si trovano in gravissima difficoltà (stipendi fermi da 15 anni) . Le volgarità di chi giustifica particolari comportamenti e ammiccamenti e si trova oggi a governarci, non deve  essere sottolineata con altre volgarità e il rapido “percorso politico” della ministra Carfagna pone certamente una serie di perplessità,  ma da questo all’offesa personale ce ne corre. La speranza è che lavori per le pari opportunità…anche degli altri. Ma abbiamo ancora bisogno di questi piazzisti esagerati? La piazza è importante, certo,  perché mostra attenzione, partecipazione, sensibilità; essa vuole farsi sentire, dimostrare che i cittadini hanno qualcosa da dire e sono attenti e presenti. Bene ha fatto, comunque,  il Partito Democratico a smarcarsi da un tale squallido sensazionalismo, costruito ad arte anche se non pochi presenti hanno manifestato un profondo disagio se non disgusto. Purtroppo per loro, troppo in ritardo. Bene ha fatto anche perché ora non c’è bisogno di questa piazza, ma di ricomporsi, innanzitutto a partire dalla sua gente. Progettare, conoscere, riconoscere esperienze e capacità anche dei semplici elettori in una sorta di partecipazione attiva e progettuale all’interno del Partito Democratico. In sostanza   valorizzare  le competenze esterne e interne per costruire una fase nuova, di contenuti (la gente, gli elettori, cominciano a spazientirsi), di proposte politiche per riappropriarsi del legittimo entusiasmo iniziale incalzando il Governo preparandosi e per gli impegni a breve che si dovrà affrontare. Il lavoro non manca e al riposo ci penseremo, ma le categorie con cui pensare vanno rivedute: operare nel presente facendo memoria del passato, ma proiettati verso il futuro. La necessità è di essere continuamente in movimento, aperti e rinnovabili. Tutto ciò in un momento in cui,  come sette anni or sono, la storia politica si ripete e la strategia  è quella di controllare un sistema legislativo in ragione dell’autorità conferita dagli elettori. L’azione governativa, a tale proposito, si rivela  efficace e senza sbavature. Mi piacerebbe sapere cosa pensano i milioni di cittadini che hanno scelto di farsi rappresentare per la terza volta da questo Governo e dal suo Presidente, e se si sentono effettivamente rappresentati,  se ne condividono le scelte soprattutto quelle degli inizi. Bisogna dialogare? Sempre, ma rimanendo fermi e propositivi. Bisogna ascoltare? Certamente sì, anche… la piazza.

 

Nereo Tiso

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NO ALL’IST. MARCHESI IN ZONA CAVE - BRUSEGANA PRESSO IL PARCO SAN BENEDETTO DA NORCIA

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Esprimiamo netta contrarietà rispetto alla posizione espressa sulla stampa locale in data 4.4.08 dalla Provincia circa l’ipotesi di realizzare il Marchesi in zona Cave vicino agli altri numerosi plessi scolastici già esistenti tra Via Cave e zona Brusegana (vicino all’incrocio trafficatissimo tra Via dei Colli e Via Cave).

Va ricordato che le tre Commissioni consiliari congiunte riunitesi poco tempo fa alla presenza di tutti gli attori in gioco (II- V – VI Comm.)  avevano espresso una posizione molto chiara sintetizzata a nome dell’Amministrazione Comunale dall’Ass. Mariani e dal Vice Sindaco Sinigaglia: trovare un sito per il Marchesi in zona nord della città suggerendo due possibilità (zona Mortise accanto al Severi o zona Fornace Morandi). Questa indicazione delle tre Commissioni verrà portata in Consiglio Comunale nelle prossime settimane.   D’altronde va ricordato anche che il Consiglio Comunale ha deliberata in data 9 maggio 2005 (delibera 2005/0054) una mozione proposta dal cons. comunale Gianni Berno e condivisa da tutta la maggioranza a difesa degli Istituti Agrari e per la valorizzazione del Parco San Benedetto da Norcia in cui si sollecitava l’attivazione di un tavolo congiunto Comune-Provincia e Quartiere 6 per trovare una soluzione condivisa sul polo scolastico in quel quadrante (vi era un progetto della Provincia che prevedeva di insediare a Brusegana sia l’Ist. Valle che il Marchesi e poi addirittura si era ventilata la possibilità di uno spostamento degli Istituti Agrari a Legnaro c/o Agripolis). Ci sono stati numerosi incontri di un tavolo di lavoro attivato dopo la delibera di maggio 2005 a cui hanno aderito gli Ass. Mariani, Piron e il consigliere comunale Berno per il Comune, l’Ass. Salvò per la Provincia e il Presidente CdQ6 Perin per il Quartiere. Con fatica si è arrivati ad un punto di equilibrio che tenesse conto delle necessità dei diversi enti locali coinvolti e delle istanze del territorio.

Ecco i risultati di quel tavolo:

1 -     gli istituti agrari sono rimasti in zona Cave-Brusegana (è stata accantonata l’ipotesi Legnaro);

2 -    la Provincia ha deciso di reinvestire sugli istituti agrari (vedasi ad es. nuova stalla al Duca degli Abruzzi ed altri investimenti previsti per il San Benedetto da Norcia);

3 -    il Quartiere ha chiesto di porre dei correttivi al problema traffico su Via dei Colli e Via Cave e da qui sono stati finanziati alcuni importanti lavori (es. rotatoria Via dei Colli e Via Cave per un valore di oltre 500.000€) ed una serie di interventi di messa in sicurezza dei percorsi ciclo-pedonali;

4 -     il Quartiere (seppur con grande sforzo visto l’impatto) ha accettato l’insediamento dell’Ist Valle (ma non del Marchesi);

5 -    Il Parco San Benedetto, seppur un po’ ridimensionato con il Valle, verrà mantenuto e c’è la volontà di aprirlo più volte all’anno a favore della cittadinanza;

6 -      il Parco San Benedetto e gli Istituti Agrari sono sempre più collegati con il sistema arginale e ciclabile, con importanti interventi in zona a cura dell’amministrazione Comunale in collaborazione anche con la Provincia (Lungargine Boschetto, golena dietro al Duca degli Abruzzi, nuova passerella sul Brentella all’altezza di Via Pelosa, pista ciclabile su Via Pelosa).

Con la delibera n. 21 dell’ 11.2.08 il Consiglio Comunale ha deliberato favorevolmente il progetto dell’Ist.Valle in zona Cave, ma proprio in quella seduta il cons. comunale Berno ha fatto verbalizzare una raccomandazione, accettata dall’amministrazione comunale, circa il fatto di vigilare affinché non vengano sviluppati ulteriori plessi scolastici in quel sito, coerentemente con l’accordo che era stato trovato con la Provincia e con quanto deliberato dal CdQ6 con delibera n. 2 del 7.2.08.

E’ evidente che ora risulta irricevibile la proposta della Provincia di riallocare il Marchesi ancora una volta in zona Cave dopo che di comune accordo si era concordato di accantonare questa ipotesi, in una zona che si è dimostrata già molto accogliente e disponibile rispetto alle esigenze scolastiche e che paga pesanti impatti in termini di traffico.  Il Comune ed il Quartiere hanno fatto il massimo sforzo per trovare un accordo sostenibile con la Provincia, volendo mantenere gli Istituti ed il Parco in città perché essi rappresentano una opportunità per tutti ed una salvaguardia del nostro territorio, oltre che una tradizione di cui andare fieri .

Ora questa uscita della Provincia sul Marchesi ci riporta alla conflittualità che nel 2005 si era riusciti a superare con uno sforzo comune. Per questo contiamo che la Provincia  non voglia riaprire queste tensioni andando a cestinare di fatto un accordo su zona Cave – Brusegana raggiunto con grande fatica tra le parti.

Gianni Berno, Vicecapogruppo PD in Consiglio Comunale 

Marco Perin, Presidente CdQ6 Padova Ovest

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